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Administrator Goodfellas Nov 4, 2014 4:16:15 AM News

Native North America (Vol. 1)



Largamente inascoltato e criminalmente non documentato, un movimento musicale che nella sua stessa essenza ha rappresentato una rivoluzione stilistico/culturale nell’America della sbornia controculturale dei sixties fino ai margini degli anni ‘80. Le comunità aborigene del nord-america verranno finalmente riconosciute per il loro contributo strutturale alla canzone d’autore, attraverso interpretazioni originali e per nulla distanti da certa impetuosità rock’n’roll. Ancora una volta c’è lo zampino di Light In The Attic, in un’opera di restauro più che dovuta:  Native North America (Vol. 1): Aboriginal Folk, Rock, and Country 1966–1985. L’enfasi è più che giustificata, un progetto che ha tenuto impegnati per diversi anni – si mormora un decennio - i capifila dell’etichetta del Northwest, raccogliendo testimonianze sul campo dei misconosciuti protagonisti.   Un’antologia musicale che riporta sulle mappe una nicchia altrimenti estinta, grazie a contributi storici puntuali e definiti.

Questo primo essenziale doppio volume  colleziona 34 brani e presenta formazioni indigene canadesi e degli stati settentrionali degli USA. Registrazioni che definire turbolenti è un puro eufemismo, non fosse altro per i mezzi spesso poveri a disposizione ed il tenore clandestino di alcune di queste entità. Quello che traspare è di sicuro un confronto multiculturale tra le pressanti gerarchie occidentali e l’incombente rinascita di una spiritualità aborigena, che avrebbe sostenuto queste primarie espressioni. La maggior parte di questo materiale è stato fuori commercio per decadi, per la mancanza di una vera e propria catena distributiva e per la mancanza di una copertura mediatica sufficiente. Vi confronterete con il garage rock artico dalla regione del Nunavik – a nord del Quebec – con il melanconico Yup’ik folk dell’Alaska ed il fumoso country & blues dalla riserva Wagmatcook First Nation in Nova Scotia. Echi di Neil Young, Velvet Underground, Leonard Cohen, Creedence Clearwater Revival, Johnny Cash, illumineranno le singole prestazioni , ma la coscienza dei nativi americani sarà sempre al centro di una personale poetica, nel rispetto di un cerimoniale inattaccabile, rispettoso della tribolata storia dei numerosi interpreti.

Un documento se vogliamo politico, se pensiamo anche allo spirito in cui alcune comunità erano immerse, distanti dal mondo reale se non addirittura segregate. La raccolta è stata assemblata con estrema cura dal musicologo e archeologo di Vancouver Kevin “Sipreano” Howes, che per ben 3 lustri si è occupato di raccogliere i materiali in questione. Ricerca maniacale che ha coinvolto spesso e volentieri i sopravvissuti di intere comunità, alla ricerca spasmodica di quelle rare incisioni fuori dai circuiti commerciali. Il suo instancabile lavoro ci consegna ora una manifesto di incredibile importanza storica. I brani sono materialmente immersi in una gioiosa ricerca spirituale, anche se non mancano le tragiche testimonianze di alcuni dei protagonisti. Come  Willy Mitchell, della comunità Algonquin/Mohawk, la cui carriera musicale fu bruscamente interrotta da un colpo di pistola esploso da un ‘premuroso’ agente di polizia. O anche la storia non meno triste del cantante Inuk Willie Thrasher, allontanato dalla sua stessa famiglia e dal lascito culturale Inuit da un severo e dittatoriale sistema scolastico.

Considerata la tragica evoluzione di queste comunità, il loro annientamento finanziario ed il progressivo deperimento ambientale, i tratti rivoluzionari di questa raccolta assumono oggi un valore del tutto speciale. Una dedica speciale è doverosa anche per Willie Dunn, leggenda Mètis venuta  a mancare durante il concepimento della stessa raccolta.